Il mito Ferrari

10 ottobre 2011

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Bruno Lunelli, nel 1927, apre a Trento il primo banco di vini da trasporto, ma il suo sogno era  di fare Champagne, champagne italiano, perché fino al 1947 le nostre bollicine potevano appunto chiamarsi Champagne: “Champagne G. Ferrari Maximum Sec, Trento”. Quante volte aveva visto il cartellone della reclame, in stile liberty, con quella scritta. Rilevò la cantina di Giulio Ferrari nel 1952 (700.000 lire di fatturato), sobbarcandosi un debito, tra prestiti bancari e cambiali, di 30 milioni di lire, pari a cinque anni di fatturato complessivo della sua enoteca al centro di Trento. Un prezzo decisamente esorbitante, ma era l’unico modo per selezionare la clientela, secondo il commendator Ferrari, che impose anche una clausola che gli garantì la presenza a vita nella cantina. L’azienda non poteva essere lasciata in mani straniere, in mani non trentine e che non avessero principalmente a cuore il progetto, il sogno, di bollicine italiane di prestigio. La cantina bisognava meritarsela. E Bruno Lunelli superò la speciale selezione. Nel 1954 le cambiali erano tutte strappate (cioè pagate). A lui poi non sarebbe avvenuto quel che accadde  al fondatore dell’azienda: non avere figli a cui lasciare l’attività. Bruno, di figli, ne aveva già cinque: Franco, Giorgio, Gino, Carla e Mauro. La successione era garantita. Ora siamo alla terza generazione.

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Nel 2005 viene ufficializzato il passaggio di consegne ai nipoti. Marcello (figlio di Franco), raccoglie il testimone della gestione enologica dallo zio Mauro, Camilla (figlia di Mauro) diventa responsabile dei rapporti esterni della comunicazione, ruolo che in verità ricopre già da più di un anno, e Matteo (figlio di Giorgio, ingegnere, che con Carla è senza incarichi operativi in azienda), demandato a sovrintendere la gestione amministrativa. Ed è già pronta la quarta generazione con otto giovanissime leve (tutte sotto i sei anni) tra cui sicuramente c’è chi raccoglierà la sfida di consolidare e migliorare l’opera dei predecessori. Oggi le bottiglie prodotte si stanno avvicinando ai 5 milioni l’anno. Si arriva a questi numeri grazie a una progressione irresistibile. Nel 1952 le bottiglie erano 8.800. Nel 1962, 60.000. Nel 1972, 300.00. Nel 1982, 1 milione. Nel 1992 ,3 milioni. Nel 2.002 (anno del centenario), 4.500.000. Il 27% del mercato del metodo classico in Italia è saldamente nelle mani dei Lunelli. Con l’avvento dei giovani alla conduzione e con il marchio ben consolidato in Italia, si cerca di far bene anche all’estero. 

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L’idea è quella di realizzare un alto grado di soddisfazione per il turista che arriva in Italia: assaggia i prodotti Ferrari e poi, tornando in patria, riesce a ritrovare lo stesso prodotto. Risultato raggiunto per il mercato degli Stati Uniti, Russia, Giappone Germania, ma bisogna allargare gli orizzonti: prossimi obiettivi sono in India e Cina, cercando di rubare clienti proprio agli antagonisti della Champagne. E a dirla tutta i Lunelli credono fermamente che a gettare le basi della spumantistica siano stati gli italiani. Prima che Dom Pérignon si dedicasse al metodo della rifermentazione in bottiglia, tale Francesco Scacchi, medico di Fabriano, descrisse come in Italia la produzione di spumante fosse praticata da ben cinque decenni prima. Tutto ampiamente raccontato in un prezioso testo stampato a Roma nel 1622, “De salubri potu dissertatio”  (Trattato del buon bere), di cui esistono cinque copie, quattro di proprietà di prestigiose biblioteche, la quinta acquistata all’asta, da Sobethy’s a Londra, proprio dalla famiglia Lunelli nel 1997. Sta di fatto, comunque, che sono tanti coloro che hanno bevuto, a vario titolo, per  festeggiamenti, diletto, celebrazioni, bollicine Ferrari: Giovanni Paolo II, Elisabetta II, Juan Carlos, Pertini, Cossiga, Ciampi, Napolitano, Andreotti, Berlusconi, i vari presidenti americani, quelli russi, i primi ministri inglesi e francesi, e chi più ne ha più ne metta. 

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Chi non ha bevuto Ferrari scagli la prima pietra. Tra coloro che si sono presi la briga di bere Ferrari, spiccano coloro che ne hanno lasciato una traccia tangibile. 
Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi firmarono il menù della colazione in onore di Sua altezza reale il principe Umberto, nel 1930, dove si bevve Bourgogne bianco e rosso, e spumante Ferrari. Ma soprattutto il re della pop-art, Andy Warhol, dopo aver bevuto Ferrari, né disegnò in un piatto la bottiglia (esposto fieramente in azienda). E forse da questo episodio prende spunto il progetto dei Lunelli, di creare, nel 1993, una collezione, omaggio alla pop-art e al genio di Warhol, chiamata “Artisti DOC”. La bottiglia di Ferrari diventa un particolare e irripetibile oggetto dell’interpretazione di artisti come Echaurren, Lodola, Serafini, Ruggeri, De Curtis. Ciliegina di questa che ormai potremmo considerare una mostra permanente, la scultura creata da Arnoldo Pomodoro per il novantennale, ormai dal nome evocativo, rassicurante di piacevol
e voluta banalità: Bollicine. Sempre di Pomodoro (ormai considerato di famiglia; sul progetto della cantina di Castelbuono a Bevagna, nei pressi di Perugia: una enorme “tartaruga”, prima scultura abitabile dove si vive e si lavora, che verrà completata alla fine di quest’anno) è la straordinaria opera che accoglie chi arriva a Ravina, nella sede dell’azienda. E’ stata commissionata nel 2002, stavolta per i 100 anni di vita della Ferrari Spumanti: nome obbligato Centenarium. Sei metri di bronzo, in altezza, che nella sua forma a spirale presenta l’atto di apertura di una bottiglia. Supremo gesto da compiere per gratificarsi e appagarsi con bollicine realmente d’autore.

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Autore: Tommaso Aniballi

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