La Dorona, il vitigno della Serenissima

9 marzo 2011

tenuta-venissaNella laguna di Venezia si è recuperato un antico vitigno, la Dorona. Il vino sarà pronto nel 2012 e si chiamerà Venissa.

Nell’isola veneziana di Mazzorbo, c’è una tenuta che si chiama Venissa. Si tratta di un’area murata, oggi integrata con una struttura ricettiva, un ristorante (gestito da Paola Budel, chef bellunese formatasi alla scuola di Gualtiero Marchesi e di Michel Roux)) e un centro di formazione e di ricerca agro-ambientale. La tenuta custodisce l’antico vigneto recuperato da Bisol. Qui infatti è stata piantata la Dorona, il vitigno autoctono a bacca bianca tipicamente veneziano, presente in Laguna fin dal XV secolo. “Entro il 2012, verranno prodotte poche migliaia di bottiglie di questo antico vino, che si chiamerà Venissa ed è già oggetto di prenotazioni” ha spiegato Gianluca Bisol durante la presentazione del progetto nella tenuta veneziana. “Grazie al coordinamento di mio fratello Desiderio, direttore tecnico, e alla consulenza di Roberto Cipresso, wine-maker, produrremo uno fra i migliori 10 vini bianchi del mondo. Un vino che vuole essere anche un omaggio alla storia e alla cultura della laguna di Venezia, da sempre legata a Valdobbiadene”. Il recupero della tenuta dove la dimora la Dorona comprende un polo funzionale e di conservazione delle ricchezze della natura della laguna. Un progetto di questo, premiato dal Comune di Venezia, giudicato il migliore (tra 12 progetti presentati) per la concreta azione di recupero e valorizzazione dell’area, che nasce grazie alla collaborazione fra Bisol e Vento di Venezia, Polo Nautico guidato da Alberto Sonino.

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Con il sostegno di Veneto Agricoltura è stato infatti possibile classificare e recuperare un antico vitigno lagunare di uva a bacca bianca, il Dorona, meglio conosciuta come Uva d’Oro, coltivata sin dal XV secolo e che era andato poi quasi perduto nei tempi moderni. Il recupero di questo vitigno si è celebrato proprio in occasione della prima vendemmia di quest’uva, cui hanno partecipato il presidente della regione Luca Zaia, il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, il presidente della Biennale, Paolo Baratta, l’autore televisivo Alessandro Ippolito, lo scrittore e winemaker Roberto Cipresso, la scrittrice Camilla Baresani e altri personaggi. La tenuta, di proprietà del comune di Venezia, è stata ribattezzata con il nome Venissa, a seguito del progetto di recupero che la presenta oggi, come un parco che custodisce le ricchezze di questa terra. Accanto al vigneto di Dorona, vi sono anche orti coltivati dai pensionati con verdure tutte veneziane e una peschiera con pesci lagunari (cefali, anguille, granchi di laguna). La tenuta ripropone la fisionomia agraria dell’isola: coltivazioni di vigne, orti e i frutteti sono stati realizzati grazie alle monache benedettine che curavano queste terre.

grappolo-di-doronaLa Dorona era un’uva prodotta nei secoli scorsi in tutta la laguna di Venezia e della quale sopravvivevano fino a pochi anni fa solo residue coltivazioni. Il dizionario dei vitigni antichi minori italiani, a cura del professor Attilio Scienza e di altri autori, pubblicato nel 2004 dice: “Quest’uva  a bacca bianca viene chiamata anche Dorona o D’oro di Venezia ed è riconoscibile per il colore giallo dorato – dei suoli acini maturi che gli valgono il nome. Poco sensibile alle crittogame, specialmente alla botrite, si può conservare a lungo sulla pianta o in fruttaio, qualità che ne suggerisce l’impiego per la realizzazione di vini passiti. È una varietà a doppia attitudine, utilizzata sia come uva da mensa che da vino, nel qual caso dà origine a bianchi di colore giallo paglierino, con tenue odore vinoso e un sapore asciutto con retrogusto leggermente amarognolo”. La storia la vede in florida ai tempi della Serenissima come la varietà che produceva il vino di Venezia anche se, in tempi più recenti, viene descritta come uva da consumo fresco nell’entroterra veneto. 

vigna-doronaIn effetti la coltivazione dei vigneti nella laguna di Venezia è antica quanto i suoi insediamenti e ampiamente documentata in scritti custoditi nell’archivio di Stato di Venezia, come dimostra la ricerca effettuata dalla scrittrice Carla Coco. Grazie al catastatico del 1341 degli ufficiali di Piovego, si scopre che al Lido c’erano complessivamente 57 vigne. Ricchissime tracce di vigneto si trovano a Mazzorbo, la casa della Dorona, dove le vigne erano di proprietà del monastero di Santa Eufemia. La vite viene impiantata dai frati certosini subito dopo il loro insediamento (1421), tant’è che il monastero aveva una cantina con diverse linee di produzione, come si direbbe oggi: vino puro per la messa e il vino allungato con l’acqua (in proporzioni rigorose e non casuali) per un prodotto leggero che veniva dato ai poveri come elemosina insieme al cibo. 

entrata-della-tenutaUn luogo quindi da sempre destinato alla coltivazione dell’uva, dove oggi la Dorona torna a splendere. Il taglio del primo grappolo lo ha fatto, con molta soddisfazione Luca Zaia che non ha mancato di sottolineare quanto grande sia il suo Veneto e i suoi vini. Alla cerimonia erano presenti anche i ragazzi con sindrome di Down dell’Associazione Italiana Persone Down -Sezione della Marca Trevigiana, che da anni si dedicano al vino, proponendo bottiglie vendemmiate con uve da loro raccolte e imbottigliate con la creatività: etichette personalizzate che poi vestono bottiglie vendute a un’asta di beneficenza che ogni anno si svolge a Verona, in occasione del Vinitaly. E la centralità dell’enologia per l’economia veneta è confermata anche dai numeri: in Veneto si producono circa 8 milioni di ettolitri l’anno, dei quali quasi 3,2 milioni a denominazione. Gli esportatori della regione vendono all’estero una quantità di vini e mosti equivalenti a circa il 60% della produzione regionale, per una quantità e un valore (attorno al miliardo di euro) equivalente al 28% del totale dell’export italiano di vino. Il vino veneto DOC proviene per la gran parte da vitigni autoctoni e originari (oltre l’80% del totale) e anche da tecniche autoctone, come ad esempio, l’appassimento delle uve su graticci, per ottenere un vino maestoso come l’Amarone. 

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Del resto, Prosecco, Valpolicella, Soave, Amarone, Recioto, 
Conegliano Valdobbiadene con il Cru Cartizze, Bardolino, Durello, Asolo, Lugana, Malanotte, Schiava, Casetta,Refrontolo, Torcolato, Pinello, Fior d’Arancio, Friularo, Enantio, Refosco, Colli di Conegliano,  contraddistinguono vini DOC e DOCG ottenuti da uve che da secoli vestono il Veneto e che da qui sono state portate altrove dai tanti veneti emigrati. Una curiosità: nel Veneto ci sono alcuni dei vigneti più preziosi del mondo. Nel territorio della Valpolicella classica sono 104 gli ettari a vite Cartizze: per il terreno di queste colline c’è una valutazione di massima (si parla di 2 milioni e mezzo di euro ad ettaro) ma non un vero e proprio “prezzo”, perché solo un pazzo venderebbe anche un solo appezzamento. Questi vini si ottengono dagli antichi vitigni come Rondinella, Garganega, Glera, Durella, Raboso, Negrara, Vespaiola, Oseleta, Marzemino, Verdiso, Bianchetta o da moderni incroci realizzati come Manzoni Bianco e Manzoni  Rosso. Sebastiano Carron della regione Veneto afferma: “I nostri vini si bevono perché buoni. E anche con un conveniente rapporto prezzo-qualità. E poi chi li degusta sorseggia la storia, respira il territorio. Perché nel Veneto il vino è presente almeno da quando c’è l’uomo. E anche da prima, se si guarda l’impronta fossile di una foglia di ampelidea, vecchia di 50 milioni di anni, ritrovata in Lessina, a Bolca”. Poi prosegue 
illustrando l’evolversi del consumo di uva da parte degli antichi abitatori degli insediamenti palafitticoli del Garda e del lago di Fimòn, delle prime coltivazione di vite vinifera  attribuibili alla civiltà paleoveneta ed etrusca, mentre spiega che le prime citazioni documentate di vini locali sono quelle del Vino Recioto, il vino dolce prodotto con uve appassite nella Retia, la regione collinare che agli albori di Roma si estendeva a settentrione della parte centrale della Pianura Padana. 

mazzorbo_Testimonianze di vino si trovano da Cassiodoro  al re longobardo Teodorico, che nel suo editto prevede pene per chi danneggi le viti o ne rubi i grappoli, passando per i Comuni e la Repubblica di Venezia. Tornando ai giorni nostri e alla Dorona, dopo la prima produzione, numerata, data la poca capacità produttiva, è in via di definizione il recupero di altre aree lagunari da destinarsi alla vite, al vino e alla Dorona. Così la storia del vino e la tutela degli autoctoni lagunari nella Serenissima e in Veneto proseguono guardando al futuro ma ben radicate nel passato. ( di Annalisa Raduano)

 

Autore: Tommaso Aniballi

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