Mangiare nella civiltà dei consumi

14 giugno 2011

mangiare-recensioneForse mai prima d’ora era stata dedicata così tanta attenzione al cibo visto che spuntano come funghi, e a tutte le latitudini, riviste, libri e soprattutto trasmissioni televisive dedicate all’argomento. Dietologi più o meno di grido ci ammanniscono i loro consigli e, visto l’approssimarsi dell’estate, possiamo essere sicuri che ben presto anche i telegiornali si riempiranno di indicazioni sulle diete per la spiaggia e l’abbronzatura. Ma il cibo rischia di diventare una moda soltanto per quella parte del mondo che ne ha tanto da sprecarne migliaia di tonnellate ogni giorno, mentre una percentuale consistente dell’umanità non riesce a saziarsi regolarmente e continua a morire di fame. Proprio al cibo è dedicato l’ultimo libro di Paolo Rossi, uno dei nostri più insigni storici delle idee, che affronta con saggia pacatezza i molteplici punti di lettura sull’argomento, spaziando dal rapporto  tra natura e cultura, al digiuno praticato da asceti e militanti politici. Parla inoltre di cannibalismo e vampiri, del cibo come ossessione, degli apocalittici della globalizzazione e del primitivismo, e anche del culto di Ana (una contrazione della parola anoressia).

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L’autore fornisce un prezioso contributo per chiarire con la competenza del filosofo, ma anche con la sobria saggezza che gli deriva dalla sua lunga esperienza, alcune delle problematiche che dividono il mondo odierno in fazioni contrapposte. Rossi si chiede se siamo poi così sicuri che il cibo dei bei tempi andati fosse veramente genuino e che quando i mulini erano bianchi la gente viveva sana e felice. I semplici dati statistici sulla durata della vita media dimostrano che questa è un’illusione non semplicemente ingenua ma, si teme, volutamente manipolata per ragioni commerciali visto i grandi interessi economici che gravitano intorno alla moda dei cibi biologici.

Gli ultimi due capitoli affrontano argomenti che, purtroppo, stanno assumendo sempre maggiore rilevanza nella nostra società dei consumi perché coinvolgono direttamente il rapporto dei giovani con il cibo e la loro percezione di quale debba essere il loro aspetto fisico per sentirsi gratificati e accettati socialmente. Nel caso dell’anoressia, il libro analizza in modo accurato una situazione paradossale poiché intorno a quella che è riconosciuta dalla scienza internazionale come una grave malattia psichiatrica, si è venuto a creare una vera e propria esaltazione e un culto rivolto alla dea Ana, una dea crudele che pretende dalle sue fedeli (visto che nella maggioranza si tratta di giovani donne) una fedeltà assoluta fino al sacrificio della vita. E’ un dato di fatto che la malattia e la connessa esaltazione della magrezza compaiono solo nelle civiltà ricche o sviluppate, poiché è ovvio che il cibo può essere rifiutato soltanto quando ce n’è in abbondanza. E’ impressionante leggere di siti che praticano apertamente il culto di Ana e danno consigli su come ingannare genitori e amici fingendo di mangiare mentre invece non lo si fa. Ci sono siti che presentano le persone malate come una minoranza oppressa e l’anoressia come una forma di vita o uno stile alternativo, animando un vero e proprio movimento underground che promuove il farsi morire di fame. Giustamente, Rossi collega questo fenomeno con le tendenze della moda che propongono in modo ossessivo e fatalmente egemonico un modello femminile innaturalmente magro e macilento. La televisione gioca un ruolo notevole nella propaganda a favore delle donne grissino tanto che uno studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry riferisce il caso delle isole Figi, le cui
donne sono notoriamente floride.

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Secondo l’autorevole rivista britannica, “circa tre anni dopo l’arrivo della televisione nel 1995, si era diffusa tra le più giovani l’adozione di una dieta e la pratica, prima inesistente, del vomito autoindotto che, in quella fetta di popolazione è giunta a toccare l’11 per cento”. Nel 2000 l’allora primo ministro britannico Tony Blair chiese alle industrie della moda di far sfilare modelle meno emaciate ma, nonostante avesse come testimonial la famosissima modella Twiggy, la sua campagna fece un buco nell’acqua perché andava a scontrarsi con forze che avevano più potere di lui. Il capitolo finale riporta le parole pronunciate dal Presidente Giorgio Napolitano in occasione del conferimento del titolo di Cavaliere del Lavoro a Elena Miroglio (linea di moda Elena Mirò) con la seguente motivazione: “Per aver valorizzato e diffuso le taglie comode e avere così contribuito al tentativo di emancipare le donne da un modello estetico costrittivo”.

Paolo Rossi

Mangiare – bisogno desiderio ossessione

il Mulino, pagg. 156, € 14.00

 

Galliano Maria Speri

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