Gli ebrei e la vera cucina romanesca

19 novembre 2010

coda-alla-vaccinaraAlle origini della cucina capitolina

(prima parte)

La cucina della capitale d’Italia è certamente notissima e molto popolare, tanto che alcuni tipici piatti locali sono ormai preparati e apprezzati in tutto il Paese. Pochi sanno, però, della profonda influenza, potremmo quasi dire osmosi, che nei secoli si è venuta a creare tra la cucina romanesca e quella di un popolo che arrivò a Roma dal Medio oriente, portando con sé i suoi usi e precetti alimentari ed anche i suoi prodotti: gli ebrei. La Comunità ebraica di Roma è la più antica comunità ebraica del mondo occidentale e vanta una ininterrotta presenza nella città da oltre 2000 anni. Quindi, con buona ragione, gli ebrei romani si possono considerare i più antichi cittadini dell’Urbe. Il primo insediamento ebraico a Roma è precedente alla distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme ad opera dell’imperatore Tito nel 70 d.C. Sotto l’Impero romano la Comunità ebraica romana si sviluppò diventando uno dei più importanti centri ebraici della diaspora. La comunità viveva raggruppata tra Trastevere, la Suburra e Porta Capena. Inizialmente, gli ebrei convivevano senza troppi problemi con le varie etnie e religioni dell’impero e non furono oggetto di misure particolari. La tolleranza romana verso gli ebrei diminuì però gradatamente soprattutto dopo che, nel 380, l’imperatore Teodosio riconobbe il cristianesimo come religione di Stato con l’Editto di Tessalonica. Le cose peggiorarono ulteriormente quando, con l’inarrestabile decadenza dell’impero, si aprì un vuoto di potere che fu progressivamente colmato dalla chiesa. Questo evento contribuì a creare una situazione in cui il Papato si ritrovò ad avere un potere sempre maggiore a Roma e in Italia, in grado quindi di condizionare profondamente anche la comunità ebraica. Da Papa Gregorio Magno (590-604) in poi, e per oltre tredici secoli, la storia della comunità di Roma, insieme alle varie comunità che vivevano nei territori della Chiesa, conobbe alti e bassi a seconda dei rapporti col pontefice al potere in quel momento. La Chiesa riteneva che gli ebrei dovessero sopravvivere per dimostrare al mondo la verità dei Vangeli, e perciò essi non furono mai cacciati; anzi, Roma è l’unica città dell’Occidente con un’antica comunità di ebrei, da cui essi non carciofi-alla-romanafurono mai espulsi. La rinascita del potere imperiale che avvenne sotto Carlo Magno migliorò la situazione, tanto che venne nominato un magistrato speciale che aveva la funzione di tutelare i diritti civili e commerciali degli ebrei. Sotto la dinastia imperiale degli Ottoni fu possibile addirittura sviluppare scuole di studi ebraici oltre che a Roma anche a Bari e Otranto. Dopo il Mille, la situazione della comunità divenne più incerta, legata com’era all’uso dispotico che i feudatari facevano del potere. Ci fu poi un peggioramento ulteriore nel periodo comunale, quando agli ebrei venne vietato di iscriversi alle varie corporazioni delle arti e mestieri, riservate soltanto ai cristiani, tagliandoli quindi fuori dalle principali attività economiche. Agli ebrei era concessa soltanto la possibilità di esercitare  il commercio della roba usata e il prestito ad interesse. Questa attività, preclusa ai cristiani a causa di una interpretazione letterale del Vangelo di Marco, rivestiva un’importanza fondamentale perché proprio in quella fase si stava passando da una economia di baratto ad una di mercato per cui la funzione dei prestatori di denaro ebrei diventava indispensabile. Il ruolo cruciale svolto dal credito nell’economia medievale fece sì che la presenza dei prestatori di denaro ebrei venisse ampiamente tollerata e a Roma non si verificarono mai i pogrom che colpirono gli ebrei in altre città d’Europa. Per questa loro funzione, gli ebrei romani possono essere considerati come i pionieri della creazione dei banchi di credito.

(continua)

Galliano Maria Speri

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