La rinascita enologica del Lazio

17 giugno 2014

Probabilmente in Italia esistono pochi territori come il Lazio, dalle colline dell’Etruria sino alle alture del Cesanese in provincia di Frosinone passando ovviamente per i Castelli Romani, capaci di vantare, almeno sulla carta, un’eccezionale vocazione a produrre vini di qualità. Il

clima ventilato e mediterraneo, non solo sulla costa ma anche in molte zone collinari a ridosso del mare, che si fa via via più fresco e ricco di escursioni termiche nei siti interni è perfetto; i suoli poi farebbero la gioia di qualsiasi agronomo: tufo, rocce laviche, argille, sabbia, calcare e chi più ne ha più ne metta. I vitigni locali infine non sono da meno, iniziando dalla Malvasia Puntinata, quella veramente autoctona, fino al Cesanese e in mezzo tante varietà, magari poco produttive ma di sicura qualità come il Bellone, il Cacchione, il Fiano, il Bombino ecc. Perché quindi la filiera vino di questa regione stenta ancora a decollare? “Mercantilismo” esasperato, mancanza di coraggio, errori di valutazione, gestioni “geriatriche” delle cantine e… tanto altro alla base di un insuccesso non annunciato?

Vigneti Cincinnati con Cori sullo sfondo

Lo sbaglio più grande si è concretizzato nello sradicare alcune varietà autoctone a favore non dei soliti e spesso ingiustamente condannati vitigni internazionali, che in verità nel Lazio possono regalare vini di tutto rispetto, basti pensare a Merlot e Syrah, ma uve italiane, sempre antiche o storiche ma di qualità scadente: Trebbiano Toscano e Malvasia di Candia. Il secondo “dramma” del vino laziale è Roma, o meglio una fetta grande di ristorazione della Capitale ancora oggi approssimativa, superficiale, impreparata, truffaldina, ignorante e incapace, ma abilissima nel chiedere, più in passato a dire il vero rispetto ad oggi, vini a basso costo, scadenti e approssimativi. Molti produttori, non tutti sempre a onor del vero, si sono resi complici di questo atteggiamento, danneggiando irreparabilmente il vino laziale e “costringendo” molti ristoranti di Roma ad evitare il vino della propria regione in carta.

Cantina Sergio Mottura e i "motturisti"

Cantina Sergio Mottura e i “motturisti”

Dopo decenni di crisi, che ha fatto temere la più nera delle sorti per i vigneti del Lazio, la viticoltura regionale sta finalmente riprendendo forza. La nuova cultura del bere bene, la qualità intrinseca dei vini ed il loro legame con l’ambiente di provenienza, che consumatori sempre più esigenti ricercano, stanno aprendo nuovi orizzonti anche ai produttori della regione, che hanno così deciso di puntare sull’innovazione, arricchendo il proprio patrimonio di esperienze con una fase di nuova vitalità, rispondendo con prodotti di alta qualità alla nuova sfida, superando finalmente la staticità produttiva ed il concetto riduttivo di qualità minima, che li aveva caratterizzati per lungo tempo. Dopo anni di tendenza all’abbandono, stanno finalmente fiorendo nuove iniziative, e ciò che è bello è che sono gli imprenditori più giovani a crederci e a guidare questa rinascita, arginando il degrado e recuperando un’attività millenaria, in grado di comprendere, già da più di due lustri, il potenziale dei vini laziali come fa Carlo Ferrini (enologo) di fronte a un calice di Frascati Superiore Poggio Verde 2012 della cantina Principe Pallavicini con cui collabora. Non si capacita come non si possano avere risultati eccezionali nel Lazio. Il suo approccio con queste uve e questa terra è improntato sulla curiosità, l’attenzione, lo studio, ma più passa il tempo ad assaggiare i vini o semplicemente passeggiare tra le vigne, più si rende conto del grande potenziale di questi luoghi.

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A dire il vero i risultati sono già evidenti proprio degustando il Poggio Verde, un vino tutto acciaio, dalla mineralità sovrabbondante: un estratto di terra, clima e uva che sa leggere, tradurre e riportare l’ambiente in cui è nato in un calice fatto di profumi eleganti di fiori bianchi, sensazioni più dolci di pesche, nespole e una live traccia di erbe aromatiche. Poi quella esplosione di gesso, tufo e sale che è personalità fluida e dinamica ad ogni olfazione. In bocca impressiona: fresco, sapido, di carattere e ricco di aromi, con quel timbro minerale, nel finale che firma una persistenza di straordinaria lunghezza. È il vino che sta dando grandi soddisfazioni, uno dei fiori all’occhiello di questa collaborazione che ha un valore per tutto il territorio, realizzata con una squadra di talento pronta all’impegno e molto determinata a crescere, millesimo dopo millesimo. Un attestato di stima importante quello di Carlo Ferrini, uno dei più apprezzati e premiati enologi d’Italia che entra nelle vigne di Principe Pallavicini con l’umiltà di chi vuole ascoltare la voce dei grappoli di Malvasia del Lazio, Greco e Grechetto, i soli in grado di testimoniare fedelmente storie e caratteristiche dell’ambiente in cui vivono, prima di trasformarsi definitivamente in Poggio Verde. La principessa Maria Camilla Pallavicini, proprietaria della cantina, può esserne fiera, questo sì che è Frascati, un grande vino del Lazio.

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luna-mater

E che dire del Luna Mater?

All’uscita in commercio alla fine del 2009, si scriveva: “Oltre che un grande vino, è un apripista credibile per l’intera denominazione cui appartiene, alla cui tradizione rappresenta il più autentico richiamo; se di una rinascita del Frascati si potrà presto parlare, l’apparizione di questa etichetta dovrà esserne considerata il punto di partenza”. Così è accaduto poi, confermandosi un grande vino anche nei millesimi che sono seguiti, garantendo solidità, affermazione e ritorno positivo d’immagine su una denominazione intera. Da citare ce ne sarebbero ancora, come la cantina Carpineti Marco con i suoi autoctoni Nero di Cori, Cesanese e altri, o l’azienda Castel De Paolis con due “5 grappoli” della guida duemilavini dell’Ais, la Cantina Cincinnato, Mottura, Sant’Andrea e altre ancora.

 

(Tommaso Aniballi)

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