L’allevamento del bestiame nell’antica Roma parte 1

29 agosto 2010

(Prima parte)

La storia, attraverso la vita quotidiana dell’uomo.

colosseoCon il termine allevamento, s’intende un complesso di problemi relativi alla moltiplicazione, all’alimentazione e al miglioramento delle razze di animali domestici.
Gli uomini antichi cominciarono ad addomesticare e ad allevare  alcuni animali fin dalla preistoria, probabilmente già nel periodo paleolitico superiore.
Ben presto l’allevamento divenne un elemento molto importante e talvolta fondamentale nella vita dei gruppi umani a partire dal periodo neolitico, al quale risale la prima profonda distinzione tra comunità agricole e comunità pastorali.
Nelle prime, generalmente sedentarie, l’allevamento era combinato con l’agricoltura, e gli animali addomesticati permisero di dare un impulso al lavoro del terreno con l’aratro, trascinato dai bovini, che sostituì così lo scavo eseguito manualmente.
Nelle seconde, generalmente nomadi, l’allevamento divenne la principale e quasi unica fonte di sostentamento per quelle popolazioni.
E’ per queste ragioni che gli studiosi affermano che l’origine dell’allevamento di animali per ottenere carne, latte, lana, pellami, bestiame da lavoro è considerata la stessa della nascita dell’agricoltura.
L’allevamento è sempre stato una struttura portante di tutte le economie agrarie di tutti i Paesi e ancora oggi in molte aree del mondo costituisce la principale fonte di sussistenza.
La sua efficienza dipende non soltanto dalle condizioni naturali dei terreni e degli ambienti, ma soprattutto dalle politiche di investimento delle differenti nazioni.
Normalmente l’attività zootecnica è favorita dalla presenza di terreni irrigeni, generosi nelle produzioni di mangimi e foraggi.
Nell’antica Roma, fin dalle origini la struttura sociale fu quella di una comunità pastorale e agricola, nella quale però, un’aristocrazia gentilizia aveva il controllo della maggior parte della terra e degli armenti assumendo così rapporti di protezione nei confronti di altri elementi della popolazione.
Il Romano infatti, ogni volta che conquistava una nuova zona chiedeva ai vinti prima di ogni altra cosa la terra,sulla quale insediava, come coloni, i reduci delle guerre vittoriose, e la parte migliore di questa terra, l’ager publicus, dovunque essa fosse, veniva considerata proprietà dello Stato.
E così, la società di piccoli contadini dei primi secoli, scompare con il crescere della potenza di Roma, producendo però scompensi di ordine sociale ed economico per l’espansione nelle strutture primitive conquistate.
Il podere diventa latifondo e la terra continua ad essere accentrata nelle mani dell’antica aristocrazia patrizia.
In queste ragioni, numerosi studiosi, individuano le radici della futura decadenza.
Il piccolo contadino è costretto ad inurbarsi e diventa plebe, i campi si affollano di schiavi stranieri costretti alla terra come ad una condanna, ma Roma gelosa delle sue tradizioni agresti, guarda alle “Bucoliche” e alle “Georgiche” come alla situazione ideale per la sua dimensione umana.
Scriveva Varrone nell’anno 37 a.C., proprio all’aprirsi della “Età di Augusto” iniziando il suo famoso libro sulla vita di campagna (De re Rustica) :
“ Voi che avete peregrinato per molte e diverse terre, ne avete vista una più coltivata dell’Italia? Io, per conto mio, non credo ce ne sia alcun’altra tutta quanta coltivata […].
Quale farro[…] quale vino […] quale olio […]. In quale zona della terra si possono ricavare da un solo iugero di terreno dieci o quindici  otri come avviene in certe regioni d’Italia”.
Dunque l’autore esaltava l’Italia come la terra della fertilità, come quella che, quasi per dono divino, produceva in ogni genere più e meglio di ogni altra terra.
E Virgilio nelle “Georgiche”, anch’egli inneggia alla fecondità dei campi e ai “lieti armenti” della terra italica, mettendo in evidenza però il duro lavoro, la fatica, la lotta per il progresso dei contadini per raggiungere la felicità.
I moderni studiosi che hanno cercato di ricostruire le differenti fasi attraverso le quali sarebbe passata l’agricoltura dei Romani, sono sostanzialmente d’accordo nel distinguere tre periodi: nel primo periodo, corrispondente all’età regia e ai primi due secoli dell’età repubblicana, l’agro laziale sarebbe stato diviso in tante piccole proprietà, coltivate prevalentemente a cereali, con una pastorizia esercitata forse in un comune terreno pascolativo; nel secondo periodo, dal III al I secolo, in conseguenza dell’espansione mediterranea, si sarebbe andata sviluppando la media e la grande proprietà, con prevalenza di coltivazioni arboree, specialmente della vite e dell’ulivo, più convenienti dei cereali, che confluivano ormai dai mercati della Sicilia  della Sardegna, dell’Africa e dell’Asia Minore; il terzo periodo, nell’ultimo secolo della Repubblica, e nei primi decenni dell’Impero, è caratterizzato dall’allevamento del bestiame e dalla cosiddetta “economia della villa” con agricoltura specializzata, orto-frutticoltura e industrie zootecniche minori.
Soltanto nell’Italia settentrionale e in parte della meridionale si conservò invece anche negli ultimi tre secoli della Repubblica, la piccola proprietà.
All’inizio dell’Impero invece, si erano formati i latifondi, vistosi patrimoni terrieri, come quello di Agrippa in Sicilia, o la tenuta di Seneca, magnificata da Columella, per dirne soltanto qualcuno.
Secondo alcuni, tra i quali Plinio, l’Italia fu rovinata dai latifondi: “latifundia perdidere Italiam”; ma questa rovina fu ancora più grave e profonda sui piani sociale morale, politico e militare, mentre su quello economico fece straordinari progressi, grazie all’agricoltura appoggiata a robuste aziende e a grandi capitali.
Nuovi metodi e nuove colture,apprese nei paesi vinti, si diffondono un po’ dappertutto fino a trasformare l’Italia nel giardino del mondo.
Solo più tardi inizierà un lento processo di rilassatezza e di decadenza, al quale per altro concorreranno altri elementi, quali la diminuita natalità, la burocrazia dilagante, la feroce fiscalità e il deprezzamento della moneta.
La rigogliosa agricoltura italica, cominciò a soffrire quando dalle province occidentali,specialmente la Gallia e l’Africa, iniziarono ad arrivare a Roma i prodotti di quelle terre, peraltro introdotti li dai Romani stessi , che fecero una concorrenza spietata a quelli latini.
Accadde così che i produttori romani cercarono prodotti sempre più sofisticati,dedicando loro i maggiori sforzi. Frutta di ogni genere, specie le qualità scelte, fecero la loro comparsa su tutte le tavole dei ricchi e i produttori furono spinti sempre più verso queste produzioni.
Questa situazione, la sostituzione cioè dei prodotti comuni e svalutati dalla concorrenza delle province,con prodotti di lusso e specializzati, si manifestò contemporaneamente anche nell’allevamento.
Varrone infatti raccomanda di allevare di preferenza il pollame e la cacciagione di maggior pregio: oche e polli, fagiani e pavoni, gru, marmotte, cinghiali e ogni altra specie di selvaggina. Nonché l’allevamento dei pesci, nelle apposite pescherie costruite nelle ville in riva al mare.

(continua)

Francesco Mascioli

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