L’acquacoltura nell’antica Roma

28 novembre 2011

pesciAnche i nostri antenati si cibavano del pesce di allevamento.

L’utilizzo alimentare di pesci, molluschi e crostacei affonda le sue origini nella notte dei tempi, grazie al loro elevato valore nutritivo. La pesca ebbe dunque un rapido sviluppo in tutte le aree costiere, fluviali e lacustri, osteggiata da prescrizioni religiose o superstizioni solo in aree ristrette.
Ben presto vennero apprezzate anche le eccellenti caratteristiche organolettiche dei prodotti della pesca e non fu certo difficile evidenziare le differenze di pregio tra una specie e l’altra.
Nell’Impero Romano, tra il I e III secolo d.C., l’allevamento dei pesci si rese indispensabile allorché la raffinatezza gastronomica che allietava le mense dei patrizi, imponendo l’impiego delle specie ittiche più pregiate, portò ad un tale depauperamento dei banchi selvatici di pesce da ricorrere anche a ripopolamenti delle coste tirreniche, col duplice fine di diffonderli al di fuori delle loro aree di origine e di rendere le catture più facili ed il trasporto più breve verso le mense dei patrizi.
La pratica dell’acquacoltura nell’antica Roma non ebbe però inizio nell’età imperiale, epoca che vide i costumi passare dall’austerità del mos maiorum tanto caro a Seneca alla decadenza ed al lusso mutuati dalla cultura ellenistica, bensì molto tempo prima.
Essi non soltanto popolavano le piscine che avevano costruito artificialmente, ma riempivano anche i laghi fatti da Madre Natura con le uova raccolte nel mare. Così il Velino, così il Sabatino, così anche il lago di Bolsena e il Cimino generarono spigole e orate e tutte le altre razze di pesci che tollerano l’acqua di lago.
L’esempio di Licinio Murena venne seguito da Filippo, da Ortensio e da Lucullo, il quale fece addirittura scavare un tunnel in una montagna per mettere i suoi vivaria in diretta comunicazione con il mare.

acquacolturaStando a Plinio il Vecchio il primo allevatore di murene fu Caio Irro, che in occasione dei trionfi di Cesare mise a disposizione seimila  murene. Da sempre nella nostra cultura aleggia la leggenda che i ricchi proprietari di vivaria spesso nutrissero le loro amate murene dando loro in pasto gli schiavi ribelli. L’unica testimonianza a riguardo la fornisce Seneca: “Quis non Vedium Pollionem peius oderat quam servi sui, quod muraenas sanguine humano saginabat et eos, qui se aliquid offenderant, in vivarium, quid aliud quam serpentium, abici iubebat? O hominem mille mortibus dignum, sive devorandos servos obiciebat muraenis, quas esurus erat, sive in hoc tantum illas alebat, ut sic aleret” (“Chi non odiava più dei suoi servi Vedio Pollione, che aveva il vizio di rimpinguare le murene con sangue umano e faceva gettare nel vivaio di bestie anguilliformi chiunque gli avesse fatto il pur minimo torto? Che uomo meritevole di crepare mille volte, sia che gettasse i propri servi in pasto alle murene, per renderle più succulente, sia che le nutrisse in tal modo, solo per il semplice gusto di farlo”, L.A. Seneca, “De Clementia”).

 

Francesco Mascioli

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