I grandi vini rossi stranieri

19 novembre 2010

I grandi vini rossi stranieri che rimangono nella storia della vitivinicoltura mondiale

 

Saint-Emilion Grand Cru 2005

Chateau Angelus

(Merlot 60%-Cabernet Franc 40%)

chateau-angelus-2005-foto-grande“Fashion goes out the fashion, style never does” c’è scritto come benvenuto sul sito Internet dell’azienda. “La moda passa di moda, lo stile non passa mai”; è una frase di Coco Chanel  e sintetizza bene la filosofia produttiva di questa celebre cantina di St. Emillon, posizionata subito a ridosso dei mostri sacri Ausone  e Cheval Blanc sia per gradimento generale e numero di affezionati nel mondo, sia per il valore monetario delle bottiglie che ne escono, circa 120.000 all’anno. La tenuta ha un nome bizzarro ma facile da spiegare; all’interno del vasto monoblocco di 23 ha che lo compone, si trova infatti una parcella (il “Cloa de l’Angelus”) dalla quale, si dice, è possibile ascoltare contemporaneamente le tre campane dell’angelo domenicale che rintoccano dalle chiese dei dintorni a beneficio dei fedeli. Oggi le piante hanno un’età media di circa trent’anni, ma finché non ne compiono 12 non contribuiscono alla realizzazione del “Grand Vin”,  provato in un’annata considerata straordinaria e già praticamente sparita dalla circolazione per accaparramento frenetico su scala mondiale. Dal colore compatto sui toni del rubino purpureo, Angelus  2005 ha una sua simmetria e una compostezza da rimarcare ai profumi: forte la verve fruttata  (cassis, bacche rosse mature), con tocchi di viola, torrefazione, spezie, gomma pane e grafite. Bel tannino, caldo e morbido, buona spalla acida, grande persistenza, ricco di polifenoli. Al retro nasale appare una evidente nota marina acciugosa e nessuna traccia di amaro (sembra Bolgheri), stile sudista mediterraneo. Pulizia estrema, non c è lavoro in cantina, concentrazione naturalissima.

 

Chateauneuf-du pape

Hommage à Jacques Perrin 2004

Chateau de Beaucastel

(Mourvèdre 60%-Grenache, Syrah, Counoise e Vaccarèse 40%)

chateauneuf du papeNon può stupire che nell’ambito di quella denominazione-patchwork che è Châteauneuf du Pape (13 varietà ammesse, di cui sei di uva bianca) i vini di maggior prestigio derivino da interpretazioni personali e atipiche. Ryas, autentica gloria del Rodano meridionale, è Grenache  in purezza; ll’Hommage à Jacques Perrin, che ha storia più giovane ma altrettanto gloriosa, parte da una quota di Mourvèdre  davvero inusitata. Jacques Perrin, padre degli attuali reggenti delle Domaine Jean- Pierre e François, è stato tra i più geniali enologi francesi del 20º secolo; le sue idee, i suoi testi, le sue convinzioni nella metà degli anni 50 sono concetti moderni; così come intramontabile e indimenticabile è la sua dedizione alla causa della sua terra, intesa anche in senso fisico. Una terra fatta di massi rossicci,i “galets”, stesi a perdita d’occhio. Alla figura di Jacques, dal 1989 e solo nelle grandi annate, i figli dedicano la selezione più importante: il frutto delle vigne più vecchie, in qualche caso centenarie. Finora, di questo raro fuoriclasse sono uscite 11 edizioni: una più suggestiva e sorprendente dell’altra. Dal colore nerastro per aver pressoché saturo, il 2004 ha naso sensazionale: frutti a bacca nera, cassis, liquirizia, olive nere al forno, macchia mediterranea, mirto, olivastro, ginepro, garrigue [boscaglia mediterranea vicina al mare], potenza alcolica, frutto rosso turgido e fresco, quasi floreale, nota liquirizia, bacche di bosco, il mitico blackcurrant [cassis]. La magnifica qualità tanica e la calibrata freschezza chiudono il quadro di un vino che è magnifico già oggi, e che promette di trasformarsi in uno scrigno di emozioni travolgenti entro una decina d’anni.

 

Ribera del Duero Vega Sicilia “Unico” 1987

Bodega Vega Sicilia

(Tempranillo 80%-Cabernet Sauvignon, 10%-Merlot e Malbech 10%)

ribera vega-sicilia-unico-1989Sintesi punto di arrivo di quasi un secolo di viticoltura e di enologia spagnola, il Vega Sicilia Unico è vino-mito autentico, raro e costoso, “blue-chip” nella Borsa del vino mondiale e al contempo vino  intriso di terroir fino al midollo. Le vigne del “Pago della Vega de Santa Cecilia” furono messe a dimora dalla famiglia Lecanda y Chaves  a fine Ottocento; l’idea era di produrre brandy e ratafià. Fu Domingo “Xomìn”, personaggio leggendario del vino spagnolo, a utilizzarle per produrre vino, inaugurando una strada che non è più stata abbandonata. Imbottigliato per la prima volta nel 1915, l’Unico vive della sinergia tra il locale Tempranillo e le principali varietà bordolesi, che erano state le prime ad essere tentate. La grande annata 1987 ha fornito uno degli ”Unico” di maggiore disponibilità aromatica; il vino è uscito nel 2002 dopo un lunghissimo el complesso affinamento di sei anni in legno e sei in bottiglia, nove nel caso dei rarissimi grandi formati. L’unico  ‘87 è oggi di un granato caldo e luminoso, e mostra un bouquet di eccezionale balsamicità, una sorta di vapore di menta, resine, anice ed eucalipto che fa da corolla ad un nucleo carnoso, affumicato, minerale, e in cui si colgono accenti di fiori essiccati, cuoio e prugna. Al palato ha la stessa potenza, pur rallentato dalla ruvidità tannica che ancora stringe. Un fuoriclasse, morbido e complesso quanto basta per infrangere tutti i cuori del mondo anche a quest’età, ma corazzato per evolvere per almeno cinque decenni.

 

Beaune 1959    

Domaine Leroy (Vosne-Romanée)

(Pinot Nero 100%)

beauneQuando è nato questo vino, i grandi négociants borgognoni, colossi come i due Buochard,Chanson, Reine Pedauque, Jadot e Bichot  dominavano la piazza, ed era difficile sottrarre al loro vigile controllo le partite di vino migliori; soprattutto quelle del comune di Beaune, dove quasi tutti avevano uffici e cantina. Il padre di “Lalou”, Henry , che nel 1942 aveva acquistato, a prezzo di un immane sacrificio economico, la metà del Domaine del Romanée -Conti, le aveva da poco lasciato carta bianca nella gestione della sua piccola attività di  négoce. E lei, senza stipulare lunghi contratti ma selezionando solo le partite per ritenerla realmente eccellenti, aveva preso a cuore la faccenda, mostrando un’abilità, un talento e un dinamismo mai visti. Con quali esiti, dopo cinquant’anni, questa esoterica bottiglia è oggi a dire, davanti ai nostri occhi. Si tratta, va detto, dell’esponente di una delle AOC  di minor fascino dell’intera Côte d’Or: quelli del comune di Beaune, soprattutto i “Village” come questo, sono rossi sgraziati in gioventù, ma dal potenziale evolutivo interessante. Ed ecco il vino scende oggi nel calice di un rubino granato leggero, con la grazia luminosa di un Borgogna di pochi anni. La potenza ossidativa del tempo che passa non ha potuto nemmeno scalfire la tempra e la coesione di questo incredibile vino: accostando il naso pare di entrare in chiesa, per via delle zaffate di incenso, cera fusa e spezie combuste che ne inaugurano l’indimenticabile bouquet; col passare dei minuti, arrivano profumi di noci di cola, terra umida, muschio, piccoli frutti selvatici e geranio, radici di liquirizia e aloe. Una girandola irrefrenabile che prosegue all’assaggio, sostenuto ancora da una minuta intelaiatura di un tannino appena verde, e che svela nella setosa  trama tattile, nella qualità del contrappunto acido e della massima intensità finale,  la classe senza tempo di un vino che pare immortale.

 

Pessac-Lèognan 2001    Chateau La Mission Haut-Brion

(Cabernet Sauvignon 62%-Merlot 35%-Cabernet Franc 3%)

pessac-leognanMistico controcanto al più celebre dirimpettaio di Pessac, lo Chateau Haut-Brion, La Mission, dopo una serie di vicissitudini durata oltre quattro secoli, fa ora parte dello stesso gruppo dello storico rivale. Nel 1983, infatti, ne fu concluso l’acquisto da parte del Domaine Clarence Dillon. Tuttavia, la fama eccezionale del vino che qui si produce almeno dal 1570, e fu probabilmente questo il fattore decisivo affinché l’espansione edilizia della città di Bordeaux, nel cui tessuto urbano La Mission è oggi totalmente ricompreso, non determinasse l’espianto del suo storico vigneto. Si tratta di un capolavoro di equilibrio, in questa annata come sempre; ed è un equilibrio che arriva presto e dura per decenni, se è vero, com’è vero, che nella grande degustazione londinese organizzata dall’azienda nel 2008 le prime due annate per valutazione da parte di un qualificatissimo gotha di giornalisti sono state la 1955 e la 1945, definita da Neil Martin (scrittore di vino) “il più armonioso vino che abbia mai assaggiato”. Il tessuto aristocratico che circonda la stupenda tenuta, con roseto annesso, si ritrova in questo millesimo anche nell’espressione olfattiva, austera e davvero monastica, fatta di sfumature di frutti di bosco, complessi toni minerali e medicinali, resine, tabacco e cuoio, spezie asiatiche, humus e timo. Al palato ha un fare sommesso, lento eppure inesorabile nel mettere in moto la sua macchina aromatica, e la sua dimensione generale sembra espandersi fino all’irradiante sventagliata di ritorni e alla smagliante vena acida del finale. Un vino luminoso, fresco e già godibile oggi, ma costruito per accompagnarci a lungo, con la stessa solenne compostezza e la bellezza profonda dei luoghi dove è nato.

 

Autore: Tommaso Aniballi

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